INTERVISTA AD ANGELO ADAMO GREGUCCI

INTERVISTA AD ANGELO GREGUCCI

AT: Alessandro Tosi (Consigliere LCMi)

AG: Angelo Gregucci

_____________________________________

AT La tua carriera da calciatore ti ha visto protagonista in diverse squadre, ma si può dire che l’esperienza con la Lazio sia stata la più significativa e duratura. Come mister hai invece un curriculum lunghissimo ed eterogeneo. Come mai questa differenza macroscopica? Circostanze o altro?

AG Certo la mia carriera da calciatore è stata quasi completamente vissuta con Lazio. Ero a casa, come calciatore mi sono sentito fidelizzato. Nel mio percorso di allenatore invece ho avuto meno continuità anche perché caratterialmente quando le cose non sono tanto chiare tendo ad andare via e a cambiare aria.

 

AT Nella tua lunga carriera da calciatore c è un allenatore in particolare che ha lasciato un impronta  e al quale almeno parzialmente ti ispiri?

AG Gli allenatori della Lazio sono stati per me i capisaldi. Fascetti, Zoff, Materazzi per quanto riguarda l’etica morale. Ma anche Mondonico al Torino, uomo genuino e molto diretto per non parlare dell’esperienza di Reggio Emilia. Dove come Mister ho avuto la fortuna di conoscere due icone assolute come Mircea Lucescu e Carlo Ancelotti, due top al mondo fino a ieri ( Lucescu è mancato poco tempo fa). Sicuramente ognuno mi ha trasmesso qualcosa che oggi cerco di trasmettere ai miei giocatori.

 

AT Per la terza volta consecutiva l’Italia non andrà ai mondiali. Ci dai una tua chiave di lettura per questo ennesimo fallimento?

AG Ne ho sentite talmente tante di banalità su questo argomento che non vorrei accodarmi alla fiera dell’ovvio… penso che il problema sia strutturale. Non vorrei mai credere che se Moise Ken a metà del secondo tempo mette dentro la palla del due a zero e noi andiamo ai mondiali, si continua a mettere la polvere sotto al tappeto senza accorgerci che il tappeto è arrivato al soffitto. Tutto il sistema è al minimo storico. Sono tutti responsabili, siamo un paese al collasso calcistico da più di dieci anni. Facciamo finta di non accorgerci, ma è cosi. Non abbiamo più la visione di dove si vuole andare. Ma la domanda che dobbiamo farci  è?  Siamo convinti che il gioco del calcio oggi è ancora uno sport popolare? I campetti sono vuoti, una volta il calcio era la realizzazione dei sogni di un adolescente, era un'altra Italia, un'altra epoca. Ci sono sport che stanno avanzando per cultura e altri tra cui il calcio che probabilmente stiamo lentamente abbandonando. Siamo in seria difficoltà e soprattutto come tipologia di calcio non stiamo valorizzando nulla e stiamo abbandonando la nostra idea di calcio. Difesa e contropiede ci hanno portato ai successi, oggi non riconosciamo neanche quello. Abbiamo perso la nostra identità tentando di copiare dei surrogati culturali e lo stiamo facendo male.

 

AT Sei stato una bandiera della Lazio per sette stagioni, ci racconti la più grande soddisfazione e la più cocente delusione di questa esperienza?

AG La soddisfazione più grande vive attraverso il fatto di aver realizzato insieme ai compagni del -9 un impresa unica. Ci era stato detto che se avessimo perso sarebbe stata la fine della Lazio . Abbiamo avuto una pressione e dovuto portare un fardello emotivo pazzesco, quindi soddisfazione e senso di liberazione una volta raggiunta la salvezza. Poi altra grande soddisfazione è stata essere stato convocato nella Nazionale dopo tanti anni che non veniva chiamato un laziale. Oggi pensandoci ancora di più, visto che in quegli anni la Nazionale era rappresentata da uno scacchiere quasi inamovibile ed era molto più difficile rispetto ad oggi entrare nel giro. Poi via Vicini è arrivato Sacchi e per me è stata la fine dell’esperienza. Il momento più brutto è stata quando ho dovuto fare la valigia per essere ceduto al Torino. Ragioni di bilancio societario hanno portato a questa scelta, ma io alla Lazio sarei rimasto a vita.

 

AT Com è essere un calciatore a Roma? La piazza, le radio, l’ambiente in generale quanto influenzano la quotidianità e la vita di un atleta?

AG Erano altri tempi, noi avevamo rapporti con i giornalisti e con i tifosi molto diversi. Vivevamo la città in maniera completa, poi stava alla personalità dei singoli, c’era chi faceva vita più chiusa e si vedeva poco in giro, chi invece la città la viveva a pieno. Si poteva girare tranquillamente, magari c’era qualche romanista che ti rompeva le scatole, oppure quando si perdevano partite importanti era meglio non farsi vedere tanto in giro, ma gli umori della piazza li sentivamo eccome, ed era bello, c’era passione e il rapporto con la gente era genuino. Oggi i giocatori vivono all’Olgiata e si allenano a Formello per cui con la città hanno poco a che fare. Il rapporto oggi è molto più asettico, i giocatori comunicano attraverso i social, è cambiato il mondo.

 

AT Nella tua esperienza da calciatore hai avuto compagni di reparto di tutto rispetto, ci dici secondo te chi è stato il più forte e con chi ti sei trovato meglio?

AG A me piaceva tanto Raimondo Marino, aveva grandissime qualità tecniche. Poi ho avuto Cravero, Soldà e giovani promesse importanti come Sandro Nesta che ai miei tempi era nella primavera. Ma il compagno di reparto con il quale mi sono trovato meglio è Cristiano Bergodi. A noi bastava uno sguardo per capirci. Avevamo un intesa incredibile. Poi tutti quelli del -9 meritano un discorso a parte perché loro sono fuori categoria e stanno nel mio cuore come compagni immortali.

 

AT Nelle quasi 200 presenze in serie A ti è capitato di dover marcare dei veri fuoriclasse. Dacci il tuo podio dei bomber con cui hai incrociato i tacchetti.

AG Erano gli anni in cui una settimana si e una no incrociavi un pallone d oro, per cui ho l’imbarazzo della scelta. Allora ti dico chi era il numero 9 per eccellenza, talento e coordinazione nell’ impattare la palla unici, il prototipo del centroavanti perfetto: Bruno Giordano. E insieme a lui ci metto Careca e Van Basten. Questi sono gli umani. Ma poi ho avuto anche la fortuna di incrociare dentro il campo Dio, Diego Maradona. Sto lasciando fuori Platini, Rumenigge e altri ma chiudo dicendoti che la fortuna di avere avuto in quegli anni nel nostro campionato gli attaccanti più forti del mondo ha fatto si che la scuola dei difensori italiani si elevasse come mai prima d ora.

 

GRAZIE ANGELO