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La scomparsa di un Amico

Category : Stagione

Sergio Guenza, stessa età e stessa viscerale passione…Sergio abitava in via Germanico, e quante volte siamo andati a chiamarlo, noi di Piazza dei Quiriti, perché se non c’era lui si perdeva…

Quante partite insieme sulla terrazza della Parrocchia di San Giovacchino con una palletta fatta di stracci e quante partite in notturna ( sic ) in strada, nelle serate d’estate a Piazza dei Quiriti, con la gente che protestava dalle finestre.

Poi, finalmente, un campo con le porte, tanta polvere ma anche un po’ d’erba…. ai Cavalieri di Colombo sui Lungotevere, quasi sotto il ponte con cui si accedeva allo stadio Olimpico …

Sergio, dai piu’ grandi detto “Gnappetta”, era un infaticabile cursore a tutto campo, con una dote non comune per quei tempi, palleggio e tiro con ambedue i piedi.

Quando un allenatore come Notti al campo della “Rondinella”, scoraggiato ad insegnarci a colpire con ambo i piedi mi diceva “a Franzua’, a te er sinistro te serve solo pe’ sali’ sur tranve…).

Noi dei “Cavalieri di Colombo” dopo un po’ ci ritrovammo al Campo della Rondinella, alla Lazio e superata una selezione, al temine degli allenamenti della prima squadra, ci si trovava con un’emozione da paura a tirare due calci insieme a gente come Sentimenti IV°, detto ” Cochi ” , ad Antonazzi detto “Palletta”, a Sentimenti V° detto “Pagaia”, a Furiassi detto “Zeffiro”, all’elegante Flamini detto “Flacco”…

Tra i ragazzi della prima squadra c’era già qualcuno che sarebbe arrivato in alto : Ciccio Di Veroli, Franco Carradori, poi Foligno e due portierini, bravi, ma con l’Handicap della statura : Ciampi e Alicicco.

Un giorno andammo alla Sede della Lazio in via Frattina con l’allenatore in seconda PICCHIO. Fummo presentati al Presidente, il Commendator Zenobi, ricordo che erano presenti Alzani e Lombardini. Quest’ultimo ci raccontò che aveva giocato con il grande Silvio Piola… L’occasione in Sede era per la firma del cartellino e ricordo un episodio che sara’ ben difficile che io possa dimenticare, come quello di non averlo raccontato né di certo in casa, né ad alcuno…

Accadde che PICCHIO mi chiamò in disparte (allora si arrivava tardi al calcio , avevo piu’ di diciotto anni…) e mi disse : “Tu ti chiami François ma noi, nelle giovanili, non vogliamo problemi di tesseramento con stranieri, tu sarai tesserato come FRANCI. Io ?… rimasi senza parole… e il bello è che, a controprova di ciò, conservo ancora le lettere di convocazione : ad Agosto , “per la ripresa degli allenamenti” ( con l’avvertimento di portare la maglia lavata…. ) le missive indirizzate, con il timbro S.S. Lazio, al nome di FRANCI LAMBERTO P.zza Dei Quiriti n° 8 ROMA…

L’ultimo ricordo legato a SERGIO è stato probabilmente questo : era un epoca in cui avere un paio di scarpe da calcio era un sogno. Noi ragazzi andavamo a schiacciarci il naso alle vetrine del negozio di Ancherani in zona Campo Marzio, e poi al negozio di Uber Gradella…

Quando alla Rondinella mi capitò che “Gegè Fuin” volle buttar via un paio di scarpe seminuove, io le raccolsi, era un n° 42, io portavo il 44… e feci di tutto per entrarci, talvolta giocando sofferente… Cominciò il campionato interno e c’era odore di selezione per la squadra che sarebbe andata al torneo di Viareggio… Io feci mesi in compagnia di un’unghia incarnita, ricordo che andavo al Virgilio, in via Giulia, con una scarpa ed una ciabatta … Ripresi, finendo nelle riserve, ricordo che, con il morale in cantina, ero in panchina, mi si avvicinò SERGIO GUENZA ad incoraggiarmi ed a dirmi di tener duro, in quanto, secondo Lui, ce l’avrei fatta.

“Di certo prima o poi “, mi disse….a me venne da piangere e mi mollò una botta sul collo…

Purtroppo avevo già deciso di andarmene ed anche la storia del cognome non mi era mai andata giù …..

Ora Sergio , mio grande Amico , sei volato più in alto della nostra aquila, e me lo immagino, con quel labbro spaccato da un incidente da ragazzo, ancora a correre senza tregua, rivaleggiando in gara con RE CECCONI…

È notte alta , ed il pensiero della perdita di un Amico non mi lascia dormire… Sono a Milano e tutto mi è lontano… ed aumenta. pertanto la tristezza ed il dolore per questa perdita…

Lamberto François 2020


Intervista a Cristian Ledesma

Category : Interviste , Stagione

Tutti ricordano il suo bolide dai 30 metri nel derby contro la Roma nella stagione 2006/2007, tutti ricordano la sua corsa, quasi in lacrime, verso la Curva Nord, sostenuto dal Team Manager della Lazio Maurizio Manzini, in occasione della vittoria della Coppa Italia, sempre nel derby contro la Roma. Con la Lazio ha giocato 9 stagioni, collezionando 318 presenze, 9° nella classifica “all time”.

Cristian Ledesma è, ancora oggi, un tifoso della Lazio. Porta con sé soprattutto l’affetto dimostrato dai tifosi nella sua lunga esperienza con la squadra biancoceleste, di cui ci parla in questa intervista.

Nel 2001, a 19 anni, arrivi in Italia dall’Argentina, dove hai iniziato a muovere i primi passi nel mondo del calcio. Come è stato il trasferimento a Lecce e l’impatto con un mondo nuovo, anche da un punto di vista calcistico?

Era tutto nuovo, diverso e bello allo stesso tempo e proprio questo mi ha aiutato. Venire in Europa, per un ragazzo così giovane, è stata una cosa bellissima, non avevo timore. Lecce poi è una città calorosa, accogliente e umana. Inoltre, non avevo mai giocato in prima squadra prima, quindi anche sotto l’aspetto professionale era tutto molto diverso da come ero abituato, anche per esempio per quanto riguarda la preparazione e gli allenamenti.

Ma venivo per giocare a calcio, per fare una cosa che a me piaceva e quindi non è stato mai un peso, anzi, questa nuova esperienza mi ha dato tanto fin da subito.

Nel 2006, sei arrivato alla Lazio. Una città diversa, un ambiente con più pressione… come hai vissuto questo cambiamento?

Fin dal primo contratto che ho firmato, la mia idea era quella di iniziare in una realtà e poi fare il salto in una squadra più importante.  Arrivare a Roma è stato ovviamente un bel cambiamento, Lecce è bella, Roma pure ma è immensa sotto tutti i punti di vista, soprattutto a livello di ritmo di vita.

Da un punto di vista calcistico, ci sono state delle difficoltà perché la squadra non girava benissimo durante le prime partite di quella stagione e noi che eravamo nuovi della squadra avevamo gli occhi puntati addosso. Anche l’estate era stata travagliata, era l’anno di Calciopoli, una settimana eravamo in Serie B, l’altra ci assegnavano una penalizzazione di 11 punti e questo dava grande incertezza… Ma è stato comunque un bel salto in avanti per me.

La pressione era alta, ma alla fine è andata bene, abbiamo perso l’occasione di giocare una competizione europea ma la scossa a livello ambientale c’era stata.

Dopo un impatto non certo facile, è nato poi un legame molto forte con la città e con la Lazio. Come è successo?

Il mio legame con la Lazio si è formato nel momento in cui ho avuto qualche difficoltà. Lì è nato l’amore con la tifoseria, con questa città e la storia che rappresenta la Lazio.

È nato forse nel momento più critico per me, perché è in quella circostanza che ho veramente sentito l’affetto dei tifosi e il loro sostegno. In quel momento l’ho sentito più che mai. Ho capito che era nato veramente qualcosa di speciale e ancora adesso seguo con affetto la squadra.

C’è un momento più bello della tua storia con la Lazio?

Parlando di risultati sportivi, sicuramente il primo derby, la prima Coppa Italia vinta e poi la seconda.

Ma se devo davvero pensare a qualcosa che mi porto dietro, dico l’affetto dei tifosi nel periodo in cui non avevo la possibilità di giocare, perché quello era affetto vero. Siamo calciatori ma siamo soprattutto persone e potevo essere apprezzato o meno come giocatore, ma sentire l’affetto della gente mentre ero “seduto sul divano” è stata la vincita più importante, molto più di tante partite, è lì che ti rendi conto che non conta solo il risultato.

C’è invece un rimpianto?

Forse quando abbiamo giocato la Champions (stagione 2007/2008 ndr), potevamo sicuramente passare il girone. Penso alla partita del girone di ritorno con l’Olympiacos, purtroppo ci siamo solo andati vicini.

Uno degli episodi forse più importanti della tua esperienza alla Lazio è la vittoria della Coppa Italia nella finale con la Roma, ancora oggi un momento irripetibile per tutti i tifosi. Vi siete resi subito conto che avevate scritto un pezzo di storia della Lazio?

Ricordo ogni momento di quella giornata. Ma abbiamo capito solo con il passare dei mesi cosa avevamo fatto e qual era il significato di una partita del genere. Perché è stata unica e rimarrà unica. Di quella giornata ricordo veramente tutto, da quando siamo partiti col pullman per andare allo stadio a quando sono andato a dormire, che mi sono portato la coppa a casa!

Vorrei parlare con te di un altro episodio, il gol realizzato sempre contro la Roma nel 2006, che ha sbloccato una partita poi terminata 3 a 0 per la Lazio. Tutti i tifosi ovviamente lo ricordano ma quest’anno è sicuramente tornato alla mente di ognuno di noi in occasione della rete di Acerbi contro il Torino.

Non c’è niente da fare, essere ricordati è bello. È emozionante vedere la gente che ancora oggi ti incontra e ti riconosce come “l’ex giocatore della Lazio”. Tanti lo vivono come un fastidio ma per me non c’è niente di più bello del riconoscimento di un bambino, di un anziano, di un tifoso.

Cosa pensi della Lazio di oggi? Immaginavi che Inzaghi potesse diventare allenatore e raggiungere questi livelli?

Non immaginavo assolutamente che Inzaghi potesse diventare allenatore. È stata una sorpresa ma è tutto meritato, se vai a vedere quello che mette in campo. C’è tanta consapevolezza nella squadra oggi, in quella che è la sua forza.

Oggi sei l’allenatore della Luiss, la squadra di calcio dell’università romana che milita in Promozione, dove gioca anche Guglielmo Stendardo. Come sta andando questa esperienza e come è stato ritrovarsi con Stendardo?

Guglielmo è un ragazzo intelligente e un professionista serio. Il nostro rapporto è ottimo, anche in questo cambio di ruolo!

L’esperienza di allenatore mi sta piacendo ma voglio vedere come andrà quest’anno e capire se è quello che vorrò fare in futuro.

Hai aperto anche una scuola calcio, la Ledesma Academy. Qual è, secondo te, l’aspetto più importante da insegnare ai giovani?

Ci sono tre elementi fondamentali: i bambini si devono divertire, devono imparare e devono migliorare, anche sotto l’aspetto comportamentale ed etico. La scuola calcio deve affrontare tutti gli aspetti. Non puntiamo a formare campioni, ma i bambini devono divertirsi e venire al campo volentieri.

Manda un saluto a tutti i soci del Lazio Club Milano!

Vorrei ringraziare tutti per l’affetto. Questa è una cosa che non si dimentica e penso che sia la cosa più importante.

Intervista di Martina TAMANTI a Cristian Ledesma

Autorizzazione alla pubblicazione concessa da Cristian Ledesma


Fondo di Mutuo Soccorso istituito dal Comune di Milano

Category : Il sociale , Stagione

In un momento di difficoltà come quello che tutti noi stiamo attraversando, il Lazio Club Milano ha voluto dimostrare il proprio affetto alla città che lo ospita da più di 50 anni.

Per questo, è stata effettuata una donazione del valore di 1.000 euro a favore del Fondo di Mutuo Soccorso istituito dal Comune di Milano per aiutare coloro che più di altri sono messi in difficoltà dalla situazione che stiamo vivendo e, successivamente, a sostenere la ripresa delle attività cittadine.

Abbiamo voluto, nel nostro piccolo, dare una mano e fare la nostra parte, nell’augurio che si possa tornare presto alla normalità e che Milano possa tornare più forte di prima.

#RESTATEACASA 

#INSIEMESIAMOPIÙFORTI 

#ANDRÀTUTTOBENE


Celebrazione 120 anni

Category : Eventi , Mondo Lazio , Stagione

Celebrazione del 120^ anno della fondazione della S.S. Lazio

Oggi, mio fratello Massimo ed io abbiamo assistito presso il CONI alla celebrazione ufficiale del 120^ anniversario della nascita della Lazio. Erano presenti tutte le società facenti parte di questa gloriosa polisportiva, la più vecchia e più grande d’Europa. Dal nuoto all’atletica, dalla scherma al ciclismo, dal bridge agli scacchi, dal baseball al rugby : in totale 45 discipline sportive olimpiche, 17 sezioni non ancora riconosciute dal Coni, alla data diecimila atleti in attività. Numeri da capogiro cui fa anche parte, ovviamente, la S.S. Lazio – Calcio, che rappresenta ovviamente la punta di diamante. 
La commemorazione ha celebrato l’importanza della Lazio che ha introdotto e divulgato lo sport associativo in Italia, lo spirito decoubertiano, la lealtà sportiva, ma anche l’esaltazione della famiglia, del senso di appartenenza, la difesa dei colori sociali, l’aquila simbolo di fierezza e di libertà. 
Il presidente della Polisportiva Antonio Buccioni ha ricordato il senso sociale di altruismo che ha sempre motivato la S.S.Lazio, in particolare quando ospitò nel campo della Rondinella gli orti di guerra e successivamente mise lo stesso campo a disposizione dei reduci della prima guerra mondiale. Iniziative queste che consentirono alla Lazio su proposta del ministro Benedetto Croce ad essere elevata ad Ente morale con regio decreto del 02/06/1921. 
Il presidente Buccioni ha poi rivolto un pensiero particolare a tutti quegli atleti, tanti, troppi, che persero la vita nei due conflitti bellici del XX^ secolo. Come pure ha ricordato tre nomi indimenticabili: Re Cecconi, Paparelli, Sandri, tutti morti assurdamente. 
Fiero di aver potuto partecipare ad una simile ed unica manifestazione, il cui pensiero conduttore lo ritrovo nel mio modo d’essere. Sono stati premiati gli atleti che hanno conquistato le medaglie d’oro e d’argento nelle gare olimpiche, campionati europei ed italiani nelle varie discipline. Una marea di atleti, dai dieci agli ottantanove anni. Nell’ambiente si è respirato sana lazialità : non posso che esserne orgoglioso. Il salone, stracolmo, ha erogato applausi ad ogni nome menzionato. Boato e scrosci di mano quando sono stati chiamati i calciatori dello scudetto 73-74 e 1999/2000 : Wilson, Oddi, Sulfaro, Giordano, Martini, Marchegiani e tanti altri. Il presidente Lotito ha loro consegnato diploma e medaglia. 
Da quest’anno è stato istituito il premio Bigiarelli e consegnato a nove personalità tra cui Lotito, Tare e Marco Parolo (assente per allenamento), gli verrà consegnata la medaglia prima della partita con il Napoli. 
Il presidente Lotito ha a sua volta premiato il presidente Buccioni quale custode attento e minuzioso della storia della Lazio. Ho salutato il presidente Lotito a nome del Lazio Club Milano e del presidente Claudio Scipioni e gli ho ricordato che ad Auronzo di Cadore ci eravamo già incontrati con il mio cane Elvis, che indossava la divisa della Lazio. Nel congedarmi ho anche salutato Maurizio Manzini, Paolo Lenzi e Toni Malco e tutti mi hanno incaricato di portare saluti e auguri a Scipioni ed a tutto il Club. 

Franco Bernardini


Premiazione Cataldi, Marusic e Correa

Inserita premiazione Cataldi, Marusic e Correa in occasione di Milan – Lazio del 03/11/2019.

Per accedere alla galleria clicca qui.


Premiazione FARRIS, TARE E ACERBI

Inserita premiazione FARRIS, TARE E ACERBI


Un laziale nella Patagonia antartica

Avvistato il consigliere anziano Franco Bernardini che naviga tra gli Icebergs della Patagonia antartica portando alto il nome del nostro Club.


Intervista Paolo Negro

Category : Interviste

Nato a Vicenza, classe ’72, terzino destro, inizia la sua carriera nel calcio professionistico nel Brescia. Nel 1993 arriva alla Lazio dove rimane per 12 stagioni. Ha all’attivo un campionato, tre Coppe Italia, due Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa UEFA. Terzo nella graduatoria assoluta di presenze nella squadra biancazzura e primo per numero di presenze nelle competizioni europee.

Scopriamo qualcosa in più su Paolo Negro, che si definisce innamorato dei colori biancocelesti, uno che la Lazio ce l’ha tatuata sulla pelle.

Come in tutti i racconti, partiamo dall’inizio… Come è stato l’avvicinamento al calcio professionistico e quanti sacrifici hai dovuto sostenere per arrivarci?
Ho passato il provino con il Brescia a 16 anni, era un’età già avanzata a quei tempi e rischiavi di non rientrare più nel giro del calcio che conta. La curiosità è che quello con il Brescia è stato l’ultimo provino che avevo deciso di fare, perché mi ero stancato di sentirmi dire sempre che ero troppo piccolo. Ma andò bene, sono andato via da casa e mi sono trasferito a Brescia. Ho fatto due anni nelle giovanili, il primo anno negli allievi eil secondo anno con la primavera della prima squadra. Staccarmi da casa è stato di una difficoltà atroce. Mi ricordo ancora le prime settimane, quando i miei mi portavano a prendere il treno da Vicenza a Brescia, facevo il duro ma poi in treno la lacrima scendeva.
L’allenatore degli Allievi di quel primo anno a Brescia, che era Giorgio Pellizzaro, è stato molto bravo. Mi ha fatto inserire lentamente nella nuova realtà e piano piano la situazione è migliorata,ho conosciuto meglio la squadra, i miei compagni… noi eravamo in 8 in un appartamento e ognuno aiutava l’altro. Oggi, posso dire che i sacrificisono stati ripagati.

Quando hai iniziato a giocare, chi era il tuo modello? A chi ti ispiravi?
No, non avevo un vero e proprio modello. C’erano ovviamente giocatori che mi piacevano, come tutti i bambini: avevo il poster di Platini in camera, mi piaceva tanto Roberto Baggio, era un grandissimo giocatore.
Io da bambino ho sempre detto che avrei fatto il calciatore. Lo sapevano tutti e ancora adesso me lo ricordano… Ho mantenuto la promessa!

Dopo 2 anni al Brescia, vai al Bologna in Serie A, dove esordisci in prima squadra. Quindi un altro anno al Brescia e poi la Lazio, dove hai trascorso dodici stagioni. Cosa ti ha spinto a rimanere così tanto tempo?
In quegli anni ho avuto tante richieste. Il mio procuratore però sapeva che non mi interessavano. La Lazio ti entra nel cuore subito. È difficile da spiegare, chi non è della Lazio non lo capisce. Ma quando si entra in questo mondo, la Lazio ti prende, ti cattura, ti si tatua sulla pelle. Sono onorato di essere stato 12 anni alla Lazio e ho sempre cercato di dare tutto per quella maglia e per la sua gente. Poi ci possono essere i contrasti, ma quello accade perché c’è lo stesso amore per la squadra. L’impegno c’è sempre stato e la gente se lo ricorda. Io sono affezionatissimo ai tifosi e mi manca tantissimo quell’attimo in cui uscivo in campo e guardavo la mia curva.

Con la Lazio hai vinto moltissimo, ma forse poco rispetto a quanto la squadra di quegli anni avrebbe meritato… ci sono dei rimpianti?
Potevamo sicuramente andare avanti in Champions League, sono sicuro che quella squadra poteva arrivare a giocarsi la finale. Voglio credere che sia stata solo una giornata nera.

Hai militato nella Lazio forse migliore della storia, qual è il calciatore più forte con cui hai giocato?
Della Lazio di quegli anni potrei farti un elenco infinito… la Lazio dello scudetto mette paura.
Ma chi ci ha dato il cambio di mentalità è stato Roberto Mancini, era un grandissimo giocatore ed era un leader, arrivava nello spogliatoio nel momento giusto, era capace di dare la carica giusta.

Con chi invece avresti voluto giocare?
Forse con Ronaldo, il fenomeno. Contro ci ho giocato e so quanto era forte, giocarci insieme sarebbe stato figo.

C’è un ricordo che ancora oggi ti porti nel cuore della tua esperienza alla Lazio, che vorresti rivivere?
Penso alla finale di Supercoppa con il Manchester United, quella vittoria è stata magica. Ma poi penso anche all’attesa dello scudetto, che invece mi ha dato una scarica di adrenalina che forse vorrei rivivere. È stata una cosa indescrivibile. Noieravamo tuttinegli spogliatoi ma io non riuscivo a stare fermo, facevo avanti e indietro tra gli spogliatoi e la palestra, poi andavo verso il campo e tornavo negli spogliatoi, o entravo nella sala a guardare la tv… ho corso più durante quell’attesa che nella partita che avevo appena giocato.
Poi quando è arrivato il fischio finale di Perugia-Juventus abbiamo stappato le bottiglie di champagne e festeggiato negli spogliatoi, ma non eravamo preparati, non pensavamo che la Juventus sarebbe andata a perdere a Perugia, lo speravamo ma in fondo eravamo impreparati!

Parliamo di oggi.Sei stato compagno di squadra di Simone Inzaghi per diverse stagioni, quanto ritrovi dell’Inzaghi giocatore nell’Inzaghi allenatore?
Sinceramente non pensavo che volesse diventare allenatore, ma ha saputo far bene e speriamo che continui così. È sicuramente un bravo ragazzo che sa farsi voler bene. E quando ti fai volere bene, i giocatori giocano anche per te. Ed era così anche quando eravamo giocatori, è sempre stato un bravo ragazzo ed è rimasto umile.

Negli ultimi anni sei spesso stato presente alla festa di fine anno del Lazio Club Milano e tutti noi siamo ovviamente grati di questo affetto e di questa vicinanza. Cosa rappresenta per te questo evento?
Io vi voglio bene, veramente! Che ci sia un Lazio Club a Milano è una cosa bellissima, così come il fatto che voi pensiate a me ed è sempre un piacere stare con voi.

Un saluto a tutti i soci del Lazio Club Milano.
Beh, l’ho appena detto… vi voglio davvero tanto bene!

Intervista di Martina TAMANTI a Paolo NEGRO

Autorizzazione alla pubblicazione concessa da Paolo Negro



Lazio Club Milano, patria nostra

Category : Lazio Club Milano

Adoro
mio padre per la sua onestà, per la sua bontà d’animo, lo adoro nei suoi
difetti e nei suoi pregi, ma soprattutto lo adoro perché mi ha regalato il mio
più grande orgoglio che condivido con lui: essere laziale.

Per
noi la Lazio è vita, è passione, è discussione, è condivisione. Ogni nostra
telefonata si svolge così:

Io:
“Pronto, ciao papà, come stai?”

Lui:
“Ciao Lu, bene e tu?”.

Io:
“Tutto bene grazie. La mamma?”.

Lui:
“Bene, bene…novità? Che si dice da quelle parti?”.

Novità
che so bene essere riguardanti l’esistenza di notizie sulla Lazio che
puntualmente gli riferisco dopo le quotidiane ricerche sui vari siti internet,
più aggiornati sicuramente rispetto al suo televideo.

Quindi
10 secondi di finta e 10-15 minuti di chiacchierata su un unico argomento: la
Lazio. Un amore che mi regalò portandomi con sé allo stadio dal ’74 in poi,
periodo di massimo romanticismo per me.

Da
25 anni ormai vivo a Milano, lui mi ha raggiunto da 13 e il suo ambientamento è
stato favorito principalmente dalla frequentazione del Lazio Club Milano.

Fin
dal suo arrivo mi rassicurò l’esistenza di questa comunità di laziali utile ad
alleviare la sua distanza con Roma e con la Lazio e le attribuii importanza
soprattutto in questo senso.

Per
un lungo periodo non ebbi la capacità e la maturità di andare oltre, lo
ammetto.

Da
un po’ di tempo a questa parte ne ho capito il valore umano, sociale,
sentimentale; la passione e l’impegno del suo presidente Claudio Scipioni, di
Franco Bernardini e Franco Veronesi, dapprima considerati con sufficienza, oggi
sono per me motivo di stima e ammirazione per una ragione precisa: ho capito
che dietro a una passione per una squadra di calcio c’è l’opportunità di
conoscere persone splendide, ognuna con la propria storia, le proprie
sofferenze, la propria quotidianità e che tutto può azzerarsi davanti a un
amore che ci rende uguali: la Lazio. Un amore vero, mai volto al tornaconto
personale, alla ricerca del vantaggio, all’arricchimento. A loro aggiungo
Patrizia Ianniello, della quale, pur avendola incrociata meno, mi è nota
comunque la preziosa storica dedizione alla causa.

Ecco
che in una società sempre più disattenta e individualista avere in comune una sana
passione è un tesoro da curare, da accudire e da tramandare. Un valore
assoluto, raro, prezioso che va oltre il pranzo settimanale se inteso come un
banale momento che non è affatto tale.

Da
qualche tempo a questa parte ho quindi capito l’importanza che costituisce
questa realtà sia per ciò che rappresenta nel rapporto tra me e mio padre, sia
per l’opportunità di frequentare persone dal cuore grande, ognuna portatrice di
una storia che non avrei potuto conoscere in altro modo.

Tuttavia
l’importanza di questo lavoro, di questo impegno, dell’esistenza di questa
realtà l’ho avuta una sera di giugno.

Il
Lazio Club Milano da sempre organizza una festa annuale in cui aderiscono
vecchie glorie, soci epersonaggi del mondo Lazio. In passato partecipai diverse
volte senza mai provare le emozioni avvertite nell’ultima edizione.

Solo
in questa circostanza ho potuto capire la grandezza del lavoro che c’è dietro,
la stima e la riconoscenza che questo club riscuote sia in casa Lazio che negli
ex giocatori. Vedere i beniamini che ammiravo da bambino raggiungere Milano da
diverse parti d’Italia con umiltà e gioia, storici dirigenti partecipare con
orgoglio, ricevere dalla società, sempre molto attenta a darsi, il dono della
Coppa Italia appena vintami ha fatto ammirare e capire l’enorme valore che il
Lazio Club Milano rappresenta, frutto del sacrificio e dell’abnegazione di
persone che si dedicano a tutto ciò non solo come passatempo, ma come sana
ragione di vita alla pari delle cose più importanti della loro esistenza.

Ho
compreso le difficoltà, l’impegno, il tempo sottratto alle loro famiglie e ai
loro interessi per gestire un’attività annuale che ogni volta ha il suo culmine
in questo splendido momento, forse apprezzato più all’esterno che all’interno
del club. Così è stato per me e oggi mi sento di manifestare due sentimenti al
Lazio Club Milano: le mie scuse per non essere stato capace in passato di
apprezzare tutto ciò e gratitudine per quanto esso rappresenti una sana e
profonda connessione tra me, mio padre, grandi amici e la Lazio.

Grazie
di cuore.

Gianluca
Spina


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